La Stampa
7 dicembre 2007



La Cina a Torino
 
Giuseppe Berta

Il rogo dell’esplosione che, nella notte tra mercoledì e giovedì, ha devastato l’impianto in smobilitazione della ThyssenKrupp, uccidendo un operaio e ustionandone in maniera terribile altri sei, oltre a causare feriti più lievi, ha messo fine nella forma più tragica all’esperienza industriale della siderurgia di Torino. La sorte della fabbrica era stata decisa già da tempo: il gruppo tedesco aveva stabilito di concentrare le proprie attività in Italia nell’area siderurgica di Terni. Per lo stabilimento torinese, si trattava dunque degli ultimi mesi di lavoro, in vista dello smantellamento definitivo. Ciò che appare incredibile è la condizione di incuria e di insicurezza in cui lavoravano gli operai, addetti a macchinari obsolescenti e in un ambiente in cui si erano già verificati incidenti gravissimi, sottoposti per giunta a stressanti regimi di orario prolungato.
Secondo i sindacati le vittime lavoravano da 12 ore quando è avvenuto l’incidente.
È difficile allineare le immagini orribili dell’esplosione dell’altra notte con i risultati economici e produttivi che, per ironia della sorte, proprio il 4 dicembre aveva snocciolato la ThyssenKrupp. Il gruppo ha realizzato un utile prima delle tasse pari a 3,3 miliardi di euro, con una crescita del 27 per cento rispetto all’esercizio precedente. Il giro d'affari per prodotti e servizi sfiora i 55 miliardi di euro, con un incremento su base annua dell’8 per cento. Dati che testimoniano dell’espansione recente di un campione dell’economia tedesca, un gruppo che, nella seconda metà di quest’anno, conta oltre 190 mila addetti e una presenza in 70 Paesi del mondo.
Chi voglia soffermarsi anche brevemente sul sito aziendale che si trova su Internet, troverà che l’immagine della ThyssenKrupp è costruita sul richiamo a una frontiera tecnologica d’avanguardia come asse di sviluppo di un’impresa globale, ispirata a una governance trasparente e al rispetto di alcuni fondamentali princìpi di modernità. Un’immagine in stridente contrasto con le foto e i filmati relativi all’incidente, anch’essi reperibili su Internet. Questi ultimi fanno venire in mente, piuttosto che gli assetti tecnologici evocati dalla comunicazione aziendale, le sequenze sulle fabbriche siderurgiche della Cina contenute in un film recente di Gianni Amelio, La stella che non c’è, dove sbuffi di vapore sporco avvolgono gli operai e le loro famiglie mentre consumano il loro povero pasto accanto ai macchinari.
Qual è dunque la realtà che abbiamo dinanzi? Quella patinata diffusa dall’azienda o quelle delle «buie officine sataniche» di cui parlava l’immaginazione visionaria e poetica di William Blake durante la Rivoluzione industriale del Settecento?
L’una e l’altra assieme, verrebbe da dire. A Essen, in quella Ruhr dove sta il suo quartier generale, la ThyssenKrupp si presenterà senz’altro con la sua faccia più moderna e persuasiva, quella dominata dall’impronta di una modernità tecnologica che non è in conflitto con l’equilibrio sociale. Ma sui mercati e nei Paesi dove la spinta della globalizzazione si manifesta in tutta la sua forza, è probabile che affiori un volto diverso, insofferente dei vincoli sociali e ambientali, propenso a subordinare alle immediate esigenze aziendali regimi di orario e condizioni di lavoro, con indifferenza per i costi umani.
Il fatto a cui ci ha messo di fronte l’incidente dell’altra notte è che anche Torino, una delle patrie d’origine dell’industria europea, può ritrovarsi di colpo assoggettata, nella logica di un’impresa multinazionale, a quello stato di necessità continuo imposto dalla globalizzazione. Invece di gestire un ritiro ordinato dal territorio, si è smobilitato in modo confuso e affrettato un impianto che era uno degli eredi della tradizione
siderurgica della città. Dimenticando che la fabbrica è vettore di progresso quando produce e diffonde, oltre che ricchezza materiale per gli azionisti, comportamenti civili, in primo luogo quelli che si imperniano sulla dignità e il rispetto del lavoro.


Scarica l'articolo (.pdf)