il manifesto
06 gennaio 2007

 

Esternalizzati in Cina anche i pestaggi

Tre operai della DeCoro - fabbrica italiana di divani, a Shenzen - pestati dalle guardie dopo un incontro con la direzione per discutere di licenziamenti e indennità salariali. E' la seconda volta in un anno, ma l'azienda cade dalle nuvole
Patrizia Cortellessa
 
Tre operai sono finiti in ospedale martedì scorso, di cui uno in coma, «colpevoli» di aver rivendicato il rispetto dei minimi salariali. Accade in Cina, precisamente a Shenzhen, e se non fosse finita sotto i riflettori una fabbrica italiana - la DeCoro, la «più grande fabbrica di divani al mondo», secondo quanto sostenuto dal suo presidente Luca Ricci - forse la vicenda non avrebbe suscitato tutto questo clamore. Un centinaio di sorveglianti della fabbrica, secondo le testimonianze degli stessi operai riportate dal quotidiano South China Morning Post, avrebbero aggredito i lavoratori dell'azienda al termine di un incontro, avvenuto martedì scorso, con la direzione della fabbrica e i rappresenti del locale ufficio
del lavoro. Secondo quanto riportato dal quotidiano, la ditta voleva licenziare 75 operai dando loro un compenso pari a meno del 50% del minimo salarialie. Per questo gli operai hanno richiesto un incontro con il presidente della compagnia. L'incontro, svoltosi il 2 gennaio, ha visto la partecipazione di una settantina di lavoratori dell'azienda. Dopo che i dirigenti hanno abbandonato la riunione - secondo quanto riferito dal quotidiano cinese - un centinaio di guardie ha aggredito i lavoratori con sbarre di ferro. La maggior parte degli operai è riuscita a fuggire, ma tre di loro sono stati spinti in un angolo e pestati, finendo in ospedale. Uno dei feriti, Xi Ruigen, ha raccontato al South China Morning Post che «uomini
in uniforme sono entrati d'improvviso nella sala della riunione e ci hanno aggredito. Uno dei miei colleghi ha avuto una grave frattura a una costola e ha perso conoscenza».
Ieri, in solidarietà agli operai oggetto delle aggressioni, centinaia di lavoratori hanno manifestato davanti i cancelli della fabbrica. Negli slogan urlati a squarciagola, la richiesta di salari più alti e della punizione dei picchiatori. La manifestazione si è poi conclusa verso le 9 e gli operai sono tornati al lavoro. La polizia di Longgan ha riferito l'arresto di cinque degli autori del pestaggio. Intanto l'azienda - che secondo un rappresentente dei lavoratori avrebbe tacitamente appoggiato l'aggressione - conferma l'episodio di violenza, ma al tempo stesso declina ogni responsabilità. Anzi. I vertici della DeCoro si dicono
«sconcertati» dalle violenze tra agenti di sicurezza e lavoratori. «Non sappiamo come sia potuto accadere e perché», afferma Luca Ricci, tenendo subito a precisare che «le guardie dipendono da una società esterna». Aggiunge poi che «il nostro successo potrebbe avere dato fastidio a molta gente. Potrebbe essere una questione politica. La vertenza, comunque, «è stata risolta», conclude, e allude a possibili interessi « dietro le proteste» da parte di «individui capaci di manipolare anche la stampa».
Stesse smentite e grida al «complotto», da parte del presidente della fabbrica, anche un anno fa, quando si trovò per la prima volta al centro di un episodio simile, finito poi con grande rilievo sulla stampa indipendente di Hong Kong. Secondo la versione dei giornali dell'epoca, dopo un'aggressione contro tre leader operai da parte di manager italiani - sempre per un contrasto sul salario - circa 3000 dipendenti abbandonarono la fabbrica e manifestarono contro l'azienda, bloccando l'autostrada di Pingshan. «Fermate la violenza, vogliamo giustizia e protezione dei nostri diritti», gridavano allora i manifestanti. E la
risposta della polizia antisommossa non si fece attendere: una pioggia di manganellate che disperse il corteo. Anche in quel caso il South China Morning Post denunciò, per bocca di alcuni dei protagonisti delle proteste, le condizioni di lavoro disumane e le arbitrarie riduzioni di salario praticate dall'azienda italiana. Un operaio raccontò che l'azienda aveva cercato di tagliare il 20% dei salari e, di fronte al netto rifiuto degli operai di accettare l'ennesimo sopruso, la DeCoro avrebbe licenziato ottanta persone. «Mi hanno preso a pugni nello stomaco - questa la sua versione - e ho perso conoscenza per qualche secondo. Mi hanno calpestato il viso quando ero a terra. Era umiliante». Un altro operaio invece rivelò la frequenza delle violenze. «Picchiano regolarmente gli operai cinesi. Ci trattano come schiavi». Secondo il China Labour Bulletin, in quel caso, l'azienda avrebbe violato la legge cinese sul lavoro «in molti aspetti».
Avrebbe imposto più delle 8 ore al giorno e delle 44 ore settimanali, ma anche le misure di sicurezza e a tutela della salute. L'allora segretario generale della Cisl, Savino Pezzotta, espresse la solidarietà della sua organizzazione agli operai cinesi.
Ma le accuse della stampa - ieri come oggi - sarebbero secondo l'azienda italiana «distorte» e «non corrette». Il presidente della DeCoro ha incaricato i suoi avvocati di scrivere una lettera di protesta al quotidiano di Honk Kong.
Tra smentite, mezze verità e rimpalli di responsabilità, il fatturato della DeCoro registra intanto una crescita esponenziale. Fondata nel 2001 da Luca Ricci, l'azienda - al 100% di proprietà italiana, con una produzione tutta cinese (in ogni fase della lavorazione) e un capitale registrato di 2,5 milioni di dollari - è passata da un fatturato di 10 milioni di dollari nel 1997 ai circa 290 milioni del 2004. Arrivata a Shenzhen nel 1997, vende mobili in tutto il mondo, anche se il principale mercato di sbocco al momento è quello nordamericano, che assorbe circa il 75% della produzione. E non accenna a fermarsi.

 

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