Conquiste del Lavoro
3 giugno 2008
Cina, dossier sindacale svela nuove violazioni
Raffaella Vitulano
Roma (nostro servizio) - Una nuova relazione della Confederazione internazionale dei sindacati (Cis) relativa al rispetto delle norme fondamentali del lavoro in Cina coferma la persistenza di danni gravi all’insieme delle norme fondamentali del lavoro in questo paese.
L’uscita di questa relazione ha coinciso con l’esame della politica commerciale della Cina alla Wto e punta il dito contro la nuova legge sul contratto di lavoro entrata in vigore il 1˚ gennaio 2008, che ha condotto ad un aumento spettacolare delle procedure d’arbitrato in alcune regioni del paese come il Guangzhou, dove si trova concentrata la produzione destinata all'esportazione. La maggior parte delle zone di Guangzhou ha registrato un aumento tra il 300 e il 500%, che raggiunge il 1500% nella zona di Haizhu. Più del 60% delle nuove procedure d'arbitrato a Guangzhou riguardano il mancato pagamento dei salari e delle ore straordinarie. È calcolato che gli arretrati salariali accumulati in Cina influiscono soprattutto sui lavoratori migranti che provengono da regioni più povere della Cina e che lavorano nel settore delle costruzioni. Sostenuta dalla confederazione sindacale cinese unica Acftu, la nuova legge fu preparata per rispondere alla congiuntura attuale, che vede una maggioranza della manodopera lavorare senza contratti e dove un contratto firmato generalmente non è consegnato ai dipendenti. Secondo un’indagine recente del congresso nazionale del popolo, meno del 20% delle Pmi del settore privato avrebbero firmato contratti con i loro dipendenti. La legge prevede sanzioni per le imprese che infrangono le leggi del lavoro e le regolamentazioni afferenti ai contratti d'occupazione; tenta anche di regolamentare il ricorso crescente alla manodopera contrattuale in Cina.
La legge ha suscitato forte opposizione presso i datori di lavoro e le imprese multinazionali in Cina nel marzo 2008; è stata anche contrastata dalle camere di commercio degli Stati Uniti e dell'Unione europea in Cina nel corso delle varie tappe della sua preparazione. Secondo una maggioranza delle 91 piccole imprese sondate nel quadro di un’indagine nel febbraio 2008, la nuova legge avrebbe comportato un aumento di almeno il 10% dei loro costi di manodopera. Un’indagine condotta presso un altro campione di 45 imprese cinesi che appartengono soprattutto ai settori della manifattura e dei servizi ha concluso che il 56,1% di loro era contraria alla nuova legislazione, mentre il 70,73% era a favore di una riforma. Una parte considerevole delle imprese interrogate ha segnalato che risponderebbe con l’aumento del ricorso al subappalto ed alle agenzie interinali. Numerose imprese continuano ad adottare misure tendenti a ridurre al minimo i costi di manodopera, nonostante la nuova legge. Anche prima della promulgazione della nuova legislazione nel gennaio 2008, numerosi datori di lavoro applicavano salari inferiori al minimo legale e si
dedicavano a pratiche abusive come l'imposizione di ore straordinarie obbligatorie, come segnalato nella relazione pubblicata nel maggio 2008 dalla Cis e dalla campagna PlayFair 2008 relativa alla produzione di merci olimpiche.
Infatti, sembra che le imprese abbiano iniziato a reagire contro la nuova legislazione fin dal gennaio 2008 ricorrendo ad una varietà di tattiche, compresa la riduzione delle forze di lavoro. Alcuni segnalano decentramenti di catene di produzione del Guangdong a debole valore aggiunto verso le regioni centrali ed occidentali del paese, o verso l'estero. I datori di lavoro cercherebbero in questo modo di ridurre i sovraccosti anticipati che derivano dalla nuova legislazione. La relazione richiama l'attenzione sul fatto che i lavoratori non hanno sempre il diritto di aderire a sindacati da loro scelti, mentre il sindacato ufficiale tenta a tutti i costi di preservare la stabilità sociale nel paese. I tentativi di formazione di sindacati indipendenti continuano a essere repressi ed il negoziato collettivo reale resta estremamente limitato.
Benché non siano legalmente autorizzati in Cina, gli scioperi si verificano regolarmente, in risposta alle condizioni difficili che affrontano i lavoratori. Le azioni collettive spesso sono tuttavia represse dalle forze dell'ordine. Gli ultimi mesi hanno visto una recrudescenza del lavoro minorile e del lavoro forzato. In uno dei casi più gravi segnalati, un’indagine di grande portata lanciata dalle autorità governative nella provincia di Shanxi in seguito alla pubblicazione, nel 2007, di un appello online da parte di genitori di bambini dispersi, ha condotto alla liberazione di circa 1340 lavoratori sfruttati in regime di lavoro forzato, e la cui maggior parte non era remunerata. Fra loro si trovavano persone disabili e bambini, la cui maggior parte era vittima di sequestri e di traffici interni. Nell'aprile 2008, un altro scandalo sul ricorso al lavoro minorile è stato rivelato dai mass media. L'azione ha condotto allo smantellamento di una rete di traffico di bambini che provengono per lo più da regioni centrali e povere della Cina e sfruttati nella zona economica speciale del delta del Fiume delle Perle. Più di cento bambini fra 13 e 15 anni (alcuni avevano appena 9 anni) sono stati scoperti in molte fabbriche della città di Dongguan, uno dei principali centri di produzione del sud del paese. I bambini in questione erano sfruttati in ragione di 300 ore al mese e remunerati a 0,50 $ all’ora, e i corsi di formazione fungevano anche da sotterfugio per sfruttare i bambini nelle fabbriche: i periodi di tirocinio possono in alcuni casi prolungarsi a molti mesi, come nei casi della fabbrica di componenti Lonz.
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