Conquiste del Lavoro
30 novembre 2007



Australia, Labour torna al governo

Manlio Masucci

Un laburista è il nuovo primo ministro australiano. L’elezione del cinquantenne cristiano Kevin Rudd interrompe l’egemonia della coalizione Liberal-Nazionale dopo ben 11 anni di ininterrotto governo del paese e dopo ben quattro mandati del presidente uscente John Howard. La vittoria dei laburisti non era
inaspettata anche se la portata della debacle dei conservatori ha assunto proporzioni sorprendenti: il Labour si è imposto con il 53,29% dei voti e con uno swing del 6.03% rispetto agli avversari che non sono andati oltre al 46,7%. I motivi della sconfitta sono molti a partire dall’impopolare amicizia di Howard con George Bush che ha trascinato il paese nel pantano iracheno e che ha impedito la ratificazione del Protocollo di Kyoto. Non è un caso che fra i primi appuntamenti dell’agenda di Rudd ci sia il ritiro dei 550 militari australiani presenti in Iraq e l’introduzione di uno schema per regolamentare le emissioni di gas serra.
L’ambiente rappresenta anche un affare per il nuovo Governo che intenderebbe investire oltre 500 milioni di dollari nella tecnologia del carbone pulito e altri 550 milioni nello sviluppo delle auto “verdi”, mentre si prevede l’interruzione del piano dei conservatori che riguardava la costruzione di 25 reattori nucleari. Rudd ha già confermato la partecipazione del suo Governo alla prossima conferenza internazionale sul clima che si terrà a Bali il prossimo dicembre e ha promesso una veloce ratificazione del Protocollo di Kyoto.

Ma è soprattutto sulla partita delle relazioni industriali e sulle nuove legislazioni introdotte nel mercato del lavoro che il Governo conservatore è sostanzialmente scivolato. La Work Choices Legislation, la nuova regolamentazione introdotta da Howard che aveva provocato ondate di scioperi nella primavera scorsa, agevola infatti i meccanismi di licenziamento senza giusta causa spingendo verso la contrattazione individuale piuttosto che collettiva e ostacolando l’azione dei sindacati. La presidente della federazione sindacale Actu, Sharan Burrow, aveva allora sottolineato come “la nuova legge non facesse altro che spostare la bilancia del potere dai lavoratori ai datori di lavoro”. Lo smacco ricevuto da Howard ha, di fatto,
facilitato la decisa presa di posizione dei sindacati intimoriti, soprattutto, da una seconda ondata di riforme nelle relazioni industriali. Burrow ha sintetizzato così la scelta dei sindacati di dar vita ad una campagna elettorale contraria alla rielezione di un governo Liberal-Nazionale: “Nelle ultime elezioni – ha spiegato la sindacalista - i liberali non avevano accennato al loro piano di riforma delle relazioni industriali, un piano che espone i lavoratori a licenziamenti ingiusti e che ha già provocato una diminuzione dei salari”. E’ dunque proprio con l’obiettivo dichiarato di disfarsi dei cosiddetti Awa (Australian workplace agreements) che i sindacati hanno sostenuto la campagna di Rudd il quale, da parte sua, non si è fatto pregare per proporsi come paladino delle fasce deboli promettendo di gestire il mercato del lavoro con un’attenzione maggiore ai diritti dei lavoratori, al sistema sanitario e all’istruzione.
La riforma delle relazioni industriali rappresenterà dunque un banco di prova importante per il nuovo Governo e la squadra di Rudd è già al lavoro per riformare la legge. Il nuovo primo ministro ha intanto esplicitato la sua intenzione di implementare un sistema decentralizzato basato sulla produttività alla quale saranno sempre più legati gli incrementi degli stipendi. Rudd ha infine specificato come la nuova politica fiscale non cambierà molto rispetto a quella del precedente Governo che ha registrato tassi di crescita ininterrotti da 17 anni a questa parte e che ha fatto segnare, nell’ultimo anno, un ottimo 4,4%.


Scarica l'articolo (.pdf)