Conquiste del Lavoro
16 gennaio 2008
Usa, sfide globali dei sindacati: nel mirino anche le multinazionali
Manlio Masucci
Gli Stati Uniti hanno il più basso livello di sindacalizzazione e di contrattazione collettiva fra tutte le nazioni industrializzate e la cultura antisindacale dei suoi imprenditori, che trova il suo apogeo nelle famigerate pratiche dell'union busting, si sta rapidamente espandendo piuttosto che essere isolata e repressa. E' questo il dato più inquietante che emerge dal rapporto che John Logan, ricercatore della prestigiosa London School of Economics, ha presentato in occasione del Global Summit sindacale organizzato dall'Afl-Cio e dalle Global Unions presso il National Labor College di Silver Spring in Maryland.
L'evento, che ha visto la presenza di oltre 200 leader sindacali da tutto il mondo, è il primo di questo tipo negli Usa e nasce da un'esigenza sentita oramai a livello internazionale: rispondere in maniera unitaria alle sfide che il mercato globale lancia ai lavoratori di tutto il mondo.
Il rapporto di Logan, intitolato “Sindacati di fronte a tempi molto duri: la crisi globale della contrattazione collettiva”, mette in evidenza una serie di dati di indubbio interesse. Lo studio evidenzia che nell’ambito dei paesi Ocse è la Svezia ad avere la maggior “densità sindacale” con una percentuale dell’80% e con una contrattazione collettiva che copre il 90% dei lavoratori. Anche l’Italia è inserita nei paesi di prima fascia dove la contrattazione collettiva è ancora a ottimi livelli mentre al fondo della lista troviamo proprio gli Stati Uniti con un misero 12% di copertura sindacale e di contrattazione collettiva, dato che rappresenta un peggioramento rispetto al 12,5% dell’anno precedente.
L’intensità dell’opposizione dei datori di lavoro statunitensi ai sindacati ha caratteristiche uniche nel mondo e assume spesso aspetti di illegalità. Questo fenomeno comporta un’ingente richiesta di rappresentanza sindacale che rimane sostanzialmente inevasa così come conferma il presidente dell’Afl-Cio, John Sweeney, che ha indicato in 60 milioni il numero dei lavoratori che vorrebbero ma non possono iscriversi a un sindacato. L’anomalia è confermata dai livelli di copertura sindacale nel settore pubblico che è di ben quattro volte maggiore rispetto al privato anche se non va oltre la metà del livello di sindacalizzazione dei principali paesi Ocse.
All’incirca un terzo degli impiegati pubblici statunitensi non ha infatti diritto alla contrattazione collettiva mentre in alcuni stati della federazione non viene riconosciuto tale diritto in aperta contravvenzione alle leggi internazionali.
Nel settore privato la densità sindacale è del 7,4%, il livello più basso nell’ultimo secolo, con una diminuzione di tesseramenti nel 2006 di 274.000 unità; sono 326.000 i tesseramenti in meno se si considera anche il pubblico.
L’influenza dei sindacati, sottolinea il rapporto, è in netta crisi soprattutto nei paesi “anglosassoni” come Nuova Zelanda e Australia dove però le cose dovrebbero migliorare in seguito alla recente sconfitta del governo conservatore di Howard. Ma se gli Stati Uniti rappresentano l’esempio meno virtuoso e se anche in Europa la contrattazione collettiva è al centro di numerosi attacchi, notizie più confortanti vengono da paesi emergenti come Brasile, Corea del Sud, Taiwan, Sud Africa dove si sta assistendo a notevoli progressi.
Ma il focus delle prossime azioni non potrà essere posto solo sulle legislazioni nazionali anche se negli Usa l’approvazione dell’Employee Free Choice Act rimane un obiettivo prioritario. Sono soprattutto le multinazionali a dover diventare un target globale come suggerisce Guy Ryder, segretario generale della Cis. La mozione per lanciare una nuova campagna internazionale che si indirizzi specificatamente alle multinazionali è stata votata dal 92% dei leader sindacali presenti al summit.
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