Italia Oggi
15 novembre 2007
Il capo è condannabile per eccesso di stizza
Debora Alberici
Attenzione ai toni troppo aspri in ufficio: rischia una condanna per ingiuria il capo che si rivolge al dipendente con “stizza” criticandolo duramente con frasi volgari. Sono invece tollerate le critiche costruttive rivolte a censurare un preciso comportamento del lavoratore. Insomma, con la sentenza n. 42064 del 14 novembre 2007, la Cassazione boccia il “non fai un ca_.”, pronunciato all'interno di un'accesa discussione fra un capo e il sottoposto.
Sarà perché il discorso non era fra pari: infatti qualche mese fa, con la sentenza n.27966, la Suprema corte aveva invece sdoganato il “Vaffa” nel linguaggio politico. Ma qui il contesto era diverso: un ambiente di lavoro particolarmente teso, un capo molto nervoso che aveva, in tutta la sua romanità, additato un dipendente di essere un fannullone. Così era stato denunciato. La Corte d'Appello di Roma, a marzo del 2006, lo aveva condannato per ingiuria. Lui ha impugnato la decisione di fronte alla Suprema Corte sostenendo che, pur essendo la frase (“mo m'hai rotto li co_, io voglio sapè te ca..ci stai a fa qua dentro che nun fai un ca_.”) molto colorita e volgare, lui era sempre un capo del destinatario e l'ambiente di lavoro particolarmente teso. La quinta sezione penale della Suprema corte non ha condiviso la tesi e ha dichiarato il ricorso inammissibile facendo il punto sulle critiche che sono tollerate e su quelle che invece sconfinano nell'ingiuria.
“In tema di ingiuria”, si legge nelle due pagine di motivazioni, “affinché una doverosa critica da parte di un soggetto in posizione di superiorità gerarchica ad un errato o colpevole comportamento, in atti di ufficio, di un suo subordinato, non sconfini nell'insulto a quest'ultimo, occorre che le espressioni usate individuano gli aspetti censurabili del comportamento stesso, chiariscano i connotati dell'errore, sottolineino l'eventuale trasgressione realizzata. Se invece - continua il Collegio - le frasi usate, sia pure attraverso la censura di un comportamento, integrino disprezzo per l'autore del comportamento, o gli attribuiscano inutilmente intenzioni o qualità negative e spregevoli, non può sostenersi che esse, in quanto dirette alla condotta e non al soggetto, non hanno potenzialità ingiuriosa”.
In altri termini la “stizza” usata nell'offendere, non tanto il comportamento del dipendente, ma la sua persona sono costate al capo ufficio una condanna per ingiuria oltre alle spese processuali e a 1000 euro in favore della cassa delle ammende.
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