La Stampa
14 agosto 2008


Te ne vai alla prima che mi fai

Lietta Tornabuomi

Otto operai a Genova sono stati licenziati da Trenitalia perché si facevano timbrare il cartellino da un collega, e qualche giornale li prende anche in giro: «Sgominata la banda dei fannulloni». Si poteva forse multarli, sospenderli o altro, ma no: licenziati. Otto licenziamenti operai, otto famiglie repentinamente sul lastrico, otto esperti del lavoro da sostituire con otto dilettanti, non sono una piccolezza. Specie quando si pensa all’assetto storicamente stabilito tra lo Stato o le aziende statali e i loro dipendenti.

C’è sempre stato, tra questi elementi, un tacito accordo: io ti pago poco, tu lavori poco. Era un accordo tra poveri, tra uno Stato squattrinato e lavoratori senza soldi, che danneggiava soltanto i cittadini, gli utenti. E’ stato rispettato per decenni senza che nessuno intervenisse a modificarlo: nemmeno i sindacati che avrebbero potuto essere un po’ più lungimiranti. Somigliava un po’, questo accordo, alle pensioni di invalidità, per scarse che fossero: si sapeva che tanta gente, soprattutto nel Sud, riceveva pensioni di invalidità senza averne davvero il diritto, ma si sapeva anche che, al di là del clientelismo, quelle piccole somme aiutavano a sopravvivere gente che non ce l’avrebbe fatta.

Queste cose i governi le hanno sempre sapute: non hanno avvertito alcuna urgenza di correggerle, e hanno fatto male. Adesso arrivano governanti alla padrone delle ferriere, i castigamatti, i punitori, gli inflessibili: e, come se il passato non esistesse né fosse mai esistito, picchiano in testa. Si capisce che usi come quelli citati debbono venir modificati, scomparire; ma non a forza di urlacci, insulti, facce feroci,
minacce. Bisogna valutare con umanità le situazioni, riequilibrarle con saggezza sociologica: e non fare i padroncini alla signor Bonaventura, «Alla prima che mi fai / ti licenzio e te ne vai».  
 
 

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