Conquiste del Lavoro
12 marzo 2008



Mobbing in Italia, fenomeno in crescita

Nadine Solano


Cos'è il mobbing? Qual è il miglior modo per prevenirlo e affrontarlo? Dinanzi ad eventuali atteggiamenti vessatori perpetrati da superiori e/o colleghi, come può difendersi il lavoratore?
E' nel tentativo di dare risposte chiare a tali domande che l'Associazione Progetto quadri ed alte professionalità (Apq-Cisl) e la Federazione lavoratori aziende elettriche italiane (Flaei-Cisl) hanno organizzato a Roma il convegno "Mobbing: conoscerlo per contrastarlo". Perché di questo fenomeno si parla, e anche tanto. Molti, tuttavia, ne hanno una conoscenza generica. E, cosa più grave, è ancora troppo diffuso un sentimento di paura e vergogna.
I mobbizzati sono spesso soggetti fragili; nel momento in cui si trovano a subire violenze psicologiche sul posto di lavoro, tendono a chiudersi in se stessi. Ma questa è una reazione controproducente, che da un lato spinge il mobber a rincarare la dose, e dall'altra impedisce di dare contorni definiti al problema. Difficoltà di valutazione: ecco il principale nodo da sciogliere. "Non è facile - ha esordito Carlo De Masi, segretario generale Flaei-Cisl - documentare il mobbing, poiché ancora manca una legge specifica. Negli anni, però, qualcosa si è mosso: dalla risoluzione del Parlamento europeo del 2001 all'apertura di specifici sportelli presso le Asl, agli interventi dell'Inail per ottenere il riconoscimento del mobbing come causa di malattie professionali". Eppure non basta.
Nel contrastare il fenomeno, ha più volte ribadito De Masi, il contributo del sindacato è fondamentale: "Dobbiamo farci attori di iniziative concrete, sollecitare la collaborazione delle aziende e pretendere nuovi strumenti sul piano contrattuale". Il compito di coordinare i relatori è toccato a Roberto De Santis, presidente Apq; dopo l'introduzione di De Masi, la parola è passata ad Antonio Vento, presidente dell'Osservatorio nazionale mobbing: "Una società che si rispetti deve saper tutelare i cittadini sia sui diritti, sia sulla possibilità di compiere il proprio dovere". E questo, secondo Vento, è un aspetto della questione ancora trascurato: "Il mobbizzato è depresso, malinconico; non riesce a dare il massimo e ciò nuoce anche alla stessa azienda in cui ha avuto origine il suo malessere". Ma a chi possono chiedere aiuto le vittime di mobbing? Una preziosa indicazione è arrivata da Emanuela Fattorini, ricercatrice dell'Ispesl: "Qualche tempo fa abbiamo proposto ai centri clinici pubblici di creare una rete per ottimizzare le risorse a disposizione. E nel 2007 è nato il Network nazionale per la prevenzione del disagio psicosociale nei luoghi di lavoro, che opera in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale, pur nel rispetto delle singole caratteristiche locali". L'obiettivo principale consiste, appunto, nell'individuazione di una comune strategia d'intervento; possono rivolgersi ai diversi centri tutti coloro che necessitino di una valutazione clinica dello stato di salute e della condizione occupazionale.
Anche i consiglieri di parità possono essere un buon punto di riferimento, soprattutto quando l'ipotesi della denuncia non viene ancora presa in considerazione: "Io credo - ha commentato Cosimo Pennetta, consigliere di parità Acea - che il tentativo di conciliazione aziendale extra-giudiziale costituisca un valido supporto per il lavoratore. Dopo una doverosa fase istruttoria, nel caso in cui si riscontri l'effettiva presenza di mobbing, nei confronti del responsabile l'azienda adotta vari tipi di provvedimenti, che vanno dal semplice rimprovero al licenziamento".
Un altro tipo di sostegno arriva dagli Sportelli mobbing Inas-Apq. Dati alla mano, il responsabile Fernando Cecchini ha dimostrato come i casi di mobbing siano in costante crescita: "fra il 2005 e il 2007 abbiamo ricevuto 40.860 richieste d'intervento. Nel 2006 i contatti sono stati 19.431, nel 2007 circa 21.500". Il mobbing avviene soprattutto nelle imprese pubbliche; i più colpiti sono gli impiegati e i quadri, mentre per quanto riguarda l'età, circa il 50% dei casi riguarda le persone che hanno fra i 46 e i 54 anni. "Il problema - è intervenuta Caterina Mainolfi, giudice del lavoro - è stabilire quando determinate situazioni siano giuridicamente tutelabili. Il presupposto da cui partire è la presenza del danno esistenziale. I cittadini hanno il diritto di lavorare non solo per i soldi, ma anche per esplicare la propria personalità: nel momento in cui viene a mancare tale possibilità, allora si deve intervenire". E' vero che manca una legge specifica sul mobbing; ma è anche vero, ha fatto presente la Mainolfi, che varie sentenze della Corte di Cassazione offrono una valida delimitazione della materia. In ogni caso, ha sottolineato il civilista Mario Antonini, per poter parlare di mobbing non può mancare la caratteristica della continuità. E' necessario che gli atteggiamenti persecutori siano prolungati nel tempo, altrimenti non rientrano nella fattispecie. Non solo. Molto spesso accade che, prese di per sé, le singole condotte non rappresentino fatti illeciti; messe insieme, tuttavia, devono oggettivamente produrre un danno psico-fisico sul lavoratore: l'idoneità offensiva è imprescindibile per la sussistenza del mobbing. Dal punto di vista medico, invece, "un ruolo importante - ha spiegato Marco Biagi, medico competente Flaei-Cisl - spetta ai rischi trasversali, cioè alle patologie psico-somatiche derivanti dal mobbing". Perché su una cosa non si discute: il mobbing non è una malattia, ma può esserne la causa.


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